domenica 22 giugno 2008

La vita nei call center tra soprusi e produttività


Manuale di sopravvivenza per precari cronici

di Marco Maffei*

Disperazione, carriera fallita, bollette, affitto e tasse universitarie: chi lavora nei call center può avere molte motivazioni. E’ il solo lavoro dove vieni assunto quasi sempre, anche senza curriculum. Un settore perennemente in cerca di personale. Gli operatori outbound, prevalentemente donne, hanno un’età che varia dai venti ai cinquant’anni, la maggior parte ha un’istruzione media superiore. Molti sono alla prima esperienza lavorativa, altri hanno già fatto gavetta nel campo, lavorando mesi o anni in altri call center. Pensare a una sala con tante postazioni occupate da laureati, con lunghi curriculum e grandi capacità, può essere sconfortante. Ma solo se non si ha idea di cosa sia in Sardegna il mercato del lavoro.

Nella maggior parte dei call center outbound, non c’è possibilità di crescita, né immediata, né a lungo termine, anche se nel colloquio ti viene garantita una grande opportunità di progredire. Magari potrebbero capitare determinate forme di nepotismo o favoritismo, ma sono situazioni assai rare. Gli operatori sono l’ultima ruota del carro. Vengono affiancati dai team leader,che hanno il compito di coadiuvare e facilitare gli operatori nello svolgimento del loro lavoro. A capo del coordinamento dei team leader, c’è un supervisor, mentre al vertice aziendale c’è il call center manager, una figura che determina le linee guida della gestione aziendale.

Il committente, titolare dell’azienda, acquisisce le commesse direttamente dalle grandi imprese fornitrici, oppure da call center terzi. Nella maggior parte dei casi i team leader e i supervisor sono ex operatori che dopo anni di telefonate e gavetta sono cresciuti, soprattutto all’interno della stessa azienda. Dopo il fardello del contratto a progetto, il rapporto con queste figure lavorative rappresenta spesso per gli operatori un conflitto costante. Pretendono il massimo per ciò che riguarda professionalità, serietà, impegno, ma soprattutto produzione. Negli anni di esperienza nei call centers outbound, ho avuto la possibilità di conoscere molti team leader e ho notato che spesso non sanno come motivare l’operatore, allora pensano di riuscirci urlandoci contro, facendoci stare ancora peggio. In alcune aziende la strategia più utilizzata è quella di ignorarci, smettere di parlarci, finché non riacquistiamo la produttività perduta.

In assenza di tutele nel settore outbound, la dimensione del lavoratore del call center è concentrata in forme di approccio individualistiche ed egoistiche: da un lato gli operatori altamente produttivi, dall’altro quelli scarsi. C’è chi in silenzio difende lo stato di cose, ma quelli che alzano la voce, lo fanno creando un dialogo individuale con il datore di lavoro, quasi mai coinvolgendo il sindacato. Chi si ribella, non solo può essere visto in maniera negativa dai coordinatori di sala, ma anche dagli operatori stessi. Il futuro delle migliaia di lavoratori e lavoratrici dei call center outbound cagliaritani, deve necessariamente passare per il superamento dei contratti a progetto e la stabilizzazione. Solo estendendo i diritti con l’applicazione dei contratti nazionali potremmo riacquistare un’identità collettiva e una coscienza sociale.

* precario call center
Da "L'Altra Sardegna" Maggio '08


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Spazio alle denunce sul blog

di Roberto Guidi*

La generazione dei call center vive l’era della legge 30, nella completa incertezza di un futuro che non arriva mai, e riesce ad avere solo occasioni di lavoro poco qualificate, poco retribuite, poco stabili e poco tutelate, con ricorrenti e prolungati periodi di totale assenza di lavoro e di reddito.
La memoria storica ci riporta indietro nel tempo, almeno a cento anni fa, nell’era del caporalato, quando i lavoratori si dovevano alzare alle tre del mattino per andare nelle piazze dei paesi, dove il padrone o chi per lui, li sceglieva dopo un attento esame, e li caricava nei carri anche sulla base del fatto che non fossero rompiscatole, e si limitassero, in silenzio, e talvolta con la violenza, a lavorare a cottimo.

La crisi della percezione dei diritti esiste sopratutto in quelle realtà che vivono schiacciate da continui controlli di produttività, come le aziende outbound. Un deserto culturale di individualità, dove la buona notizia della sentenza della Corte di Cassazione che impone il diritto ad un contratto di lavoro subordinato, non ha cambiato ancora nulla. Ma non dimentichiamoci dell’inbound, dove 200 dipendenti del call center Telecom della Gemini rischiano per la quarta volta di perdere il lavoro, anche se esiste e si è sviluppata una maggiore coscienza collettiva e sindacale, grazie all’applicazione del contratto collettivo.

La percezione che il precario telematico ha del sindacato è quella di un’entità troppo complessa per intercettare e rivendicare i suoi diritti. L’avvicinamento al sindacato, in questo caso alla categoria Nidil, spesso è legato esclusivamente alla gestione di questioni vertenziali nei confronti del datore di lavoro, questioni individuali, che non danno la possibilità di sviluppare una cultura collettiva del valore sociale del lavoro. La Cgil può dare un forte e significativo contributo nel percorso di costruzione e sviluppo di un movimento dei precari telematici, ricercando e sperimentando forme nuove di intervento nei conflitti sociali.

Un lavoro di inchiesta e di riflessione collettiva, anche attraverso forme intermedie, indirette e orizzontali. Proviamo a costruire Interventi costanti e permanenti, come una conferenza sul mondo dei call center, un momento di studio, di partecipazione, e (perché no?) anche di festa. Abbandonando le certezze e le ricette precostituite, attraverso l’ascolto dei bisogni, di chi si trova nelle medesime condizioni di vita lavorativa, possiamo portare il sindacato a riconquistare la sua capacità attrattiva nelle lotte per i diritti sociali, identificando collettivamente i lavoratori dei call center e contemporaneamente indagando la composizione del mondo del lavoro precario.

Due mesi fa, con alcuni colleghi precari, abbiamo cominciato questo percorso, creando un blog, http://precarinlinea.blogspot.com/ che ha come obiettivo la creazione di una rete orizzontale e informale dei precari dei call center di Cagliari. Vorremmo articolare uno spazio di dialogo, confronto e fantasia con chiunque faccia parte di questo mondo, chi si sente sfruttato, o felice di lavorare a progetto. Tutti possono scrivere e raccontare le loro storie, anche chi dirige o è proprietario di un call center.

* precari call center
Da "L'Altra Sardegna" Maggio '08

mercoledì 21 maggio 2008

Gemini: 200 lavoratori a rischio!


In gravi difficoltà il call center che gestisce il 187 della Telecom.
La compagnia telefonica: «Nessun calo del traffico»
A rischio 200 buste paga della Gemini
Comunicato dei vertici ai sindacati: è crisi societaria

dall'Unione Sarda (Andrea Artizzu)

Calo del volume dei traffici Telecom. Circa 200 dipendenti del call center di Pirri rischiano per la quarta volta di perdere il lavoro. La notizia arriva con la delicatezza di un siluro: 200 dipendenti della Gemini sono di troppo e vanno licenziati. Una doccia gelata sul già disastrato mondo dell'occupazione cagliaritana. Gli esuberi nel call center che risponde al 187 della Telecom sono stati comunicati dai vertici aziendali ai sindacati in un incontro che si è tenuto lunedì sera. E da ieri i 500 dipendenti sono in stato di agitazione e presidiano i cancelli della palazzina della Circonvallazione di Pirri che ospita la società. Oggi sono in programma assemblee tra i lavoratori.

LA MAZZATA Non è la prima volta che la scure della crisi, che fa rima con diminuzione del personale, si abbatte sul call center. In altre quattro occasioni i dipendenti della Gemini (430 assunti a tempo indeterminato e circa 70 interinali), nata da una costola di Video on line, hanno sentito sul collo il fiato gelido del licenziamento. A dir la verità, nessuno immaginava che si arrivasse a questo punto: da oltre un anno tutto andava a gonfie vele. La società sembrava solida e aveva assunto nuove leve, regolarizzato i precari e programmato nuove buste paga. Poi la mazzata. La motivazione ufficiale: diminuzione del traffico della compagnia telefonica. «La direzione di Gemini ha affermato che gli attuali volumi di attività Telecom generano perdite non sostenibili», afferma Alessandro Milia, della segreteria Fistel-Cisl. «Passività che mettono in discussione la continuità della struttura di Cagliari con l'attuale numero di dipendenti, palesando un esubero di circa 150/200 dipendenti». I lavoratori e i sindacati si sentono traditi dal mancato rispetto di accordi e promesse. Per questo «ritengono inaccettabile il comportamento dell'azienda, che ha affermato la sostenibilità della struttura di via Montecassino».

I presupposti erano ben altri, anche perché la società aveva firmato «importanti accordi di sviluppo basati a suo dire su impegni concreti da parte del committente Telecom Italia. Intese che oggi dichiara di non essere in grado di ottemperare». Insomma, se non arrivano novità positive in tempi brevi, il futuro dei dipendenti Gemini è nero pece. «L'azienda nell'incontro di lunedì - continua Alessandro Milia - ci ha comunicato che le commesse non coprono più i costi. Negli ultimi cinque mesi le perdite sfiorano i 900 mila euro».

Una situazione di stallo che rischia di precipitare da un momento all'altro. «La Gemini - afferma il sindacalista - ci ha detto che se entro il due giugno la Telecom non garantirà un aumento del traffico sarà costretta a licenziare 200 dipendenti».

LA GEMINI Federico Caboni è il responsabile del call center. Conferma il calo dei volumi di traffico da parte della Telecom. Per parlare di futuro e crisi rimanda alle 14 di oggi, quando a Roma incontrerà i vertici della compagnia telefonica.

LA TELECOM All'ufficio stampa di Milano della Telecom cascano dalle nuvole. Ai rappresentanti della compagnia telefonica non risulta alcuna diminuzione così drastica dei traffici telefonici. Anzi, fanno sapere che i nuovi vertici stanno riorganizzando l'azienda e puntano molto sui servizi al cliente forniti dai call center.

La protesta: Il presidio per difendere il lavoro
Fuori dai cancelli della palazzina sulla Circonvallazione di Pirri, di fronte all'Iperstanda, sventolano le bandiere dei sindacati. Un gruppo di dipendenti Gemini presidia l'ingresso. Lo stereo di una Fiat Punto azzurra spara musica a tutto volume per rendere meno dura l'attesa. I lavoratori della società che gestisce il 187 della Telecom sono temprati: per la quarta volta in pochi anni rivivono l'incubo del licenziamento. Diletta Mureddu, 29 anni, cagliaritana, distribuisce volantini ai colleghi. «Questa bomba è arrivata a ciel sereno. Ormai non ci spaventa più niente, ma l'azienda ci ha comunicato che se entro il 2 giugno la situazione non cambierà sarà costretta a tagliare». Alessandro Masu, 32 anni di Decimoputzu, ha un sogno. «Avere una casa e dei figli». Ma vive ancora a casa dei genitori. «Sono stato assunto part time al 90 per cento (36 ore settimanali) e guadagno circa 950 euro al mese. Non sono tanti, ma mi permettono di sopravvivere. Se dovessero mancare all'improvviso sarebbe un disastro». Valentina Cocco, di Cagliari, ha 44 anni: «Con meno di mille euro devo pagare l'affitto, la macchina e i costi per vivere. Se mi licenziano come faccio a riciclarmi in un altro posto di lavoro?».

giovedì 1 maggio 2008

Lettera di una precaria inviata a La Repubblica il 30 Aprile

"Ho trent'anni e sono incinta"


Egregio Presidente,
sono incinta. Egregio Presidente, ho quasi trent'anni, ho un lavoro, sono sposata e sono incinta. Egregio Presidente, tra un paio di settimane abortirò!! Nonostante la mia non fosse una gravidanza programmata, l'aver scoperto di essere positiva al test mi ha dato un'emozione bruciante, una felicità incontenibile. L'idea di aver concepito un figlio con l'uomo che amo è qualcosa di così forte ed intimo che è impossibile da spiegare.

Ad ogni modo la mia gioia non ha visto la luce del giorno dopo. Ben presto la ragione, come spesso accade, ha preso il posto del cuore e mi ha schiaffeggiata forte, come si fa per scacciare in un colpo una forte sbronza.

La verità, mio caro Presidente, è che nonostante sia io che mio marito abbiamo un lavoro, un lavoro che ci impegna 6 giorni alla settimana e che abbiamo trovato dopo infiniti "lavoretti" che definire umilianti e sottopagati è dir poco; ebbene dopo tutto ciò, ad oggi le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro al mese.

Per trovare questo lavoro qualche anno fa ho rinunciato a portare a termine la mia carriera universitaria. Nonostante il profitto fosse elevato e la mia media superasse il 29, dissi addio ai miei studi e al mio praticantato da giornalista. Quest'ultima rinuncia fu per me la più dolorosa perché la verità è che, seppur i miei compiti di neofita fossero praticamente identici a quelli di un professionista, non ho mai riscosso neppure un centesimo dal quotidiano locale per il quale scrivevo. Il lavoro era splendido, ma non si può vivere solo di passione.

Purtroppo la vita mi mise di fronte ad una scelta. Mi ero innamorata e desideravo vivere insieme al mio compagno, quindi, o perseguivo la mia ambizione, che mi imponeva però di gravare ancora sulle spalle della mia famiglia, oppure spiccavo il volo e mi rimboccavo le maniche accettando qualsiasi tipo di occupazione che mi garantisse un reddito, dandomi la possibilità di coronare il mio sogno d'amore. Scelsi la seconda strada. Scelsi l'amore! Scelsi l'amore e glielo assicuro, Signor Presidente, non c'è stato un giorno, da allora, in cui io me ne sia pentita!!!

Ora però è diverso...!

Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza, sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza; oppure andare su quel lettino d' ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà via per sempre!! Non importa se ce ne saranno altri dopo di lui... Il mio bimbo non tornerà più!! Non tornerà mai più!!!! Ma questa è la vita!! Giusto, Signor Presidente???

Si, questa è la vita!!! Qui non c'è nessuno che ti tende una mano, nessuno che ti aiuti quando hai veramente bisogno!! E per favore, mi risparmi banalità del tipo: "Dove si mangia in due, si mangia anche in tre!!".

Mi risparmi la retorica, perché è l'ultima cosa di cui ho bisogno. Sa benissimo anche Lei che se ad oggi, ad esempio, decidessi di adottare un figlio, nessun Ente mi accorderebbe mai il suo consenso. Nessun assistente sociale affiderebbe a me e a mio marito un bambino e questo perché i nostri introiti verrebbero considerati insufficienti al sostentamento di un'altra persona. Nessuno si sentirebbe di condannare quell'assistente sociale per una scelta di questo tipo, giusto?? Egli sarebbe considerato un professionista attento ai bisogni del minore. E allora mi chiedo e chiedo a chiunque sia pronto a dire che non si dovrebbe mai abortire, perché "se c'è l'amore c'è tutto", io chiedo a queste persone: "Ma hanno forse più necessità i bimbi adottivi rispetto a quelli biologici???"

Credo di no, Signor Presidente!! Credo proprio di no!!!!! Comunque è inutile arrovellarsi su dubbi e domande che non troveranno una risposta e che, già lo so, continueranno a tormentarmi e ad attanagliarmi l'anima per sempre!!!

Ma c'è una domanda, mio caro Presidente, a cui vorrei che Lei rispondesse: PERCHE', per il solo fatto di aver avuto la sfortuna di nascere in questo paese, un Paese che detesta i giovani, che ne ha già ucciso sogni e speranze e che ha già dato in pasto ai ratti le ceneri del loro futuro; ebbene perché per il solo fatto di esser nata qui, ho dovuto rinunciare prima alla mia ambizione a crearmi una carriera soddisfacente, e cosa infinitamente più drammatica, sono costretta adesso a rinunciare al mio DIRITTO ad essere MADRE?????????

martedì 22 aprile 2008

Proposte contro la Precarietà


il progetto di Nanni Alleva: uscire dalla trappola della legge 30

Scriviamo le nuove regole per dire basta alla precarietà

Le proposte al centrosinistra di un gruppo di giuslavoristi guidati da Nanni Alleva. La precarietà è «multiforme» e deve essere aggredita sotto vari aspetti: abolire la distinzione tra subordinati e parasubordinati, creando un unico contratto. Riformare il rapporto a termine, l’interinale, gli appalti, le cessioni d’azienda. Far emergere il «nero». Tante le analogie con le proposte della Cgil.

Riscrivere il lavoro per invertire il segno: fermare la precarietà e ricostruire i diritti. E’ l’obiettivo della proposta di legge elaborata da Nanni Alleva e dai giuslavoristi del Centro diritti Alò, che verrà presentata dopodomani a Roma nel corso del convegno «Basta precarietà», a cui sono stati invitati tutti i partiti del centrosinistra e il sindacato. Alleva è anche estensore delle proposte di legge Cgil firmate nel 2002 da cinque milioni di persone, e riconfermate dal recente Congresso di Rimini. Sono molti i legami tra quelle idee del 2002 e quest’ultima elaborazione: oggi Alleva ha voluto però riunire le norme in un’unica, organica proposta, «per affrontare - spiega - con un solo disegno la precarietà “multiforme” del lavoro italiano». Non basta fare i conti con la sola legge 30, ma bisogna affrontare anche il decreto 368 del 2001 sui contratti a termine e il «Pacchetto Treu» del 1997. Cinque i nodi da riformare:

1) il rapporto tra subordinazione e parasubordinazione (le collaborazioni);
2) il contratto a termine;

3) la separazione del lavoro dall’impresa (somministrazione, appalti, esternalizzazioni);

4) il lavoro nero;

5) i diritti di risarcimento del danno.

Per vedere la proposta completa clicca il seguente link Dimensionidiverse.it


Pietro Ichino e la sua ricetta contro il precariato.
Assunzione a tempo indeterminato per tutti, 6 mesi di prova, articolo 18 contro i licenziamenti senza giusta causa ma per i licenziamenti "strategici" indennizzo economico che cresce con l'anzianità all'interno dell'azienda e sistema bonus malus per le aziende. Finalmente scopriamo qual è la ricetta concreta per risolvere una piaga sociale: il precariato. Ce lo spiega Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro.
Il professor Ichino sembra aver trovato la quadratura del cerchio: quando spiega la sua riforma trova l'accordo di giovani e industriali.
Gli unici detrattori ? I sindacati, i cui associati non verrebbero però toccati, la riforma riguarderebbe infatti solo i nuovi assunti, soprattutto gli under 30 e gli over 50. Ultima cosa, sarebbe una riforma a costo zero, almeno per i primi tempi.
Per vedere la proposta completa clicca il seguente link Scheggedivetro

Cosa pensi delle proposte di Nanni Alleva e Pietro Ichino?
Rappresentano una soluzione per poter cancellare l'incubo del precariato?
Lascia un commento.

domenica 20 aprile 2008

Cassazione: assunzione d'obbligo per i precari dei call center

Cassazione: assunzione d'obbligo per i precari dei call center

i lavoratori dei call center che prestano servizio nella struttura di una società hanno diritto ad un contratto di lavoro subordinato dal momento che utilizzano attrezzature e materiale aziendale e non possono essere considerati, dal datore, come lavoratori autonomi. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 9812 della sezione lavoro.

Con questo verdetto la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Solidea sas, una società di Padova che aveva un call center nel settore pubblicitario, contro la decisione con la quale la Corte di appello di Venezia, nel 2005, l'aveva condannata a pagare oltre mezzo miliardo di vecchie lire all'Inps come contributi previdenziali evasi ai danni di 15 centraliniste precarie scoperte a lavorare presso la società durante un controllo degli ispettori del lavoro, avvenuto nel 1997.Contro la multa, la Solidea aveva fatto ricorso al Tribunale di Padova sostenendo che le dipendenti svolgevano lavoro autonomo. Il tribunale diede ragione alla 'Solideà e straccio il verbale dell'Inps. Ma in appello la Corte di Venezia ribaltò l'esito e confermò la natura subordinata del lavoro svolto dalle 15 centraliniste. Senza successo la Solidea ha protestato in Cassazione.

La Suprema Corte ha replicato che «correttamente» la Corte d'Appello ha considerato «qualificanti della subordinazione delle dipendenti, con mansioni di telefoniste, le circostanze che esse seguivano le direttive impartite dall'azienda in relazione ad ogni telefonata da svolgere prendendo nota dell'esito e del numero di telefono chiamato, del fatto che avevano un preciso orario di lavoro, che usavano attrezzature e materiale di proprietà della società ». Così il ricorso della Solidea è stato respinto.

approffondimenti:

La Repubblica
Businessonline.it
Circolare Ministeriale Damiano

Sentenza Corte di Cassazione


martedì 8 aprile 2008

Intervista a Signora Lina, titolare della Ex Genny Services

Intervista a Signora Lina, titolare della Ex Genny Services

La Genny Services, call center di proprietà della signora Raffaela Floris nasce nel 2004.
E’ stato uno dei primi call center outbound a Cagliari, ed è sempre rimasto in prima linea, vendendo per Telecom qualsiasi prodotto,dalla fonia alla adsl ai pc.
Nel 2007,ad aprile, decide di stabilizzare tutti i dipendenti. Seguono due mesi di scarsa produzione che non raggiungendo gli obbiettivi causano all’azienda la perdita della commessa.
Seguono trattative sindacali, una nuova commessa ad Agosto con un nuovo gestore, non remunerativa, a causa della scarsa produzione, con il conseguente licenziamento collettivo e la stessa messa in liquidazione della Genny.

Avrebbe mai pensato che con la stabilizzazione ci avrebbe rimesso? E perché ci ha rimesso?

Non c’era produzione, l’assenteismo dilagava. Il 30% dei dipendenti si metteva in malattia e abusava dei permessi. Tra Settembre e Ottobre abbiamo perso circa 70 mila euro. Le liste non sono la causa del fallimento della Società, la crisi infatti è cominciata da un gruppetto di dipendenti che non producevano contratti, pensando di portarsi comunque lo stipendio a casa. Questi dipendenti alimentavano solo attriti con la maggioranza dei dipendenti che produceva, e conflitti sterili contro la Società.

Il sindacato e i suoi delegati in azienda le hanno creato problemi?

Si. Perché i delegati hanno contribuito a creare un clima di disturbo, diffondendo la teoria di un pensiero negativo che considerava solo i diritti e non i doveri, facendo passare il messaggio che pur non attivando nulla gli operatori avevano comunque diritto allo stipendio. Nella fase di trattativa sui licenziamenti collettivi i sindacati sono spariti, poiché non hanno risposto alle nostre raccomandate entro una settimana, dimostrando scarso interessa verso i lavoratori e la Società. Durante la fase iniziale delle trattative sindacali, chiedemmo una riduzione del personale da 10 a 15 dipendenti che ci fu negata. I Sindacati si opposero. Solo il passaggio da 65 a 45 dipendenti avrebbe permesso la sopravvivenza della Società.

Molti operatori si lamentavano nel periodo critico che lei non fosse quasi mai presente in azienda, che non fornisse spiegazioni e rassicurazioni.

No, io ho sempre parlato con tutti, le informazioni c’erano, sono sempre stata disposta a fare riunioni e incontrare tutti i dipendenti, non ho mai fatto tante riunioni come in quel periodo. Poi, c’eravate anche voi delegati a diffondere le notizie. C’era una bacheca sempre aggiornata, al contrario di ciò che sostengono alcuni dipendenti che vivevano fino all’ultimo l’illusione di prendere per anni e anni una presunta mobilità.

Nella maggior parte dei casi,un operatore che ha lavorato in vari callcenters, descrive sempre i TeamLeaders e i Supervisors precedenti come delle iene. Lei interveniva nel rapporto tra i suoi subordinati e gli operatori o non si occupato di queste dinamiche? E’ capitato che qualche operatore le facesse delle rimostranze?

No. Non sono mai accaduti problemi simili, in tanti anni che era attivo il CallCenter non ho mai affrontato simili lamentele.

Cosa pensa del diritto di un lavoratore a mettersi in malattia?

Il diritto alla malattia è sacrosanto, nessuno può permettersi di negarlo. È l’abuso che se ne fa delle malattie che è controproducente per l’azienda. Pensate che a Settembre una sindacalista per giustificare i molteplici casi di malattie, affermava che erano dovute ad un influenza generalizzata! Se su 60 persone 20 sono in malattia, un azienda muore!

Nella fase di crisi della Genny Services, appena persa la commessa, lei si è mai sentita tradita dal comportamento degli operatori?

Nel momento in cui la Società vi consegnava le lettere di contestazione per la scarsa produzione, voi dipendenti producevate ancora di meno, invece di ricominciare a lavorare per risollevare le sorti della Società.

Ispettorato al lavoro: istituzione statale utile al lavoratore e al datore di lavoro. Esprima un giudizio.

I fini e le funzioni dell’ispettorato del lavoro, nascono per tutelare in maniera unilaterale solo i diritti del lavoratore, non certo il datore di lavoro.

Cosa vede nel futuro di un operatore telefonico? Se lei fosse giovane oggi lo farebbe o ne cercherebbe un altro?

Quando ero giovane e studentessa, ho fatto qualsiasi lavoro, di tutto, per migliorare la mia condizione sociale. Il lavoratore deve trovare “individualmente” la strada per migliorare le proprie condizioni di vita lavorativa.
Considero il futuro mondo dei callcenter quello dell’Inbound. Con la tendenza delle nuove leggi l’Outbound tenderà a scomparire, cancellando tutto il settore della vendita.

C’è qualcosa che potendo tornare indietro eviterebbe di fare o cercherebbe di fare meglio?

No. Non ho sbagliato nulla, ho fatto solo gli interessi della Società e dei miei dipendenti.

venerdì 4 aprile 2008

La vita della generazione “usa e getta”


Call Center, La vita della generazione “usa e getta”

di Roberto Loddo

Chi lavora in un call center rappresenta l’immagine disperata di una generazione, che, diversamente dalle precedenti, è segnata dalla completa incertezza del presente e dalla certezza della precarietà nel futuro. Chi lavora nei call center vive in mezzo a continui controlli di produttività, accompagnati da occasioni di lavoro poco qualificate, poco retribuite, poco stabili e poco tutelate, con ricorrenti e prolungati periodi di totale assenza di lavoro. Immagina il futuro appeso ad una cornetta telefonica e un paio di cuffie. Fa parte di una generazione sfigata, che ha visto perdere i diritti e le conquiste sociali combattute dalle battaglie dei genitori, ed è cosciente che le uniche cose che vanno al di là dei pochi soldi che riceverà, sono le incertezze, e in alcuni casi anche il mobbing. Questo lavoro nella sua immagine più infame è usurante, con rischi psicologici e fisici ancora non definiti per la salute. Continua