
di Ennio Neri
La giungla dei call center è in provincia di Cagliari. Dove su 39 call center operativi sono appena 37, su un totale di 1.570, i lavoratori con contratti progetto che sono stati stabilizzati. Una percentuale del 2,5 %. Un dato impressionante che conferma la diffusione del precariato nel mondo dei call center. Lo stabilisce una lunga indagine partita il primo maggio 2007 e conclusa al 30 settembre scorso. Gli ispettori hanno attivato nei call center una serie di controlli rilevando che 1476 lavoratori, inquadrati con contratti a progetto e 57 occupati con contratti di prestazione occasionali, in realtà avevano pieno diritto a contratti di lavoro subordinato.
I dati sono emersi ieri a Cagliari, durante un incontro che si è svolto nella sede della Direzione provinciale del lavoro, cui hanno partecipato la direttrice Virginia Mura Cerchi, la responsabile dell'ufficio legale Rosanna Collu e i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil. Gli ispettori sono riusciti a far riconoscere e recuperare all'Inps contributi per un totale di 3.435.048 euro e 346.791 euro all'Inail.
In successivi controlli effettuati in altre 22 aziende che operano sempre nel settore dei call center, è stato rilevato che 8 sono risultate irregolari, 10 in regola, mentre per le restanti 4 gli accertamenti sono ancora in corso. In quest'ultimo caso, sono stati adottati 91 provvedimenti ispettivi e individuati 397 lavoratori a progetto che avrebbero diritto a un contratto a tempo indeterminato.
I precari dei call center cagliaritani si ritrovano dal 10 ottobre sul sito “Precari in linea”. “Pensiamo di essere un punto di vista particolare, quello di una generazione che, diversamente dalle precedenti, è segnata dalla completa incertezza del presente e dalla certezza della precarietà nel futuro”, si legge nel blog, “ciò che sta accadendo alle migliaia di lavoratrici e lavoratori precari dei call center di Cagliari è solo un aspetto di quella condizione ingiusta di disagio materiale e morale in cui è costretta a sopravvivere la nostra società nell'Era della legge 30.
Viviamo”, prosegue, “in mezzo a continui controlli di produttività, abbiamo perduto il diritto ad avere una casa e una famiglia. Le uniche cose che vanno al di là dei pochi soldi che riceviamo sono le incertezze sull'oggi e sul domani, e in molti casi anche il mobbing. Questo lavoro nella sua maschera più infame è molto usurante, con rischi psicologici e fisici ancora non definiti per la salute. Riusciamo”, conclude amaro, “ad avere solo occasioni di lavoro poco qualificate, poco retribuite, poco stabili e poco tutelate, con ricorrenti e prolungati periodi di totale assenza di lavoro e di reddito”.