sabato 20 settembre 2008

Precari. Ieri sciopero nazionale per i lavoratori dei call center. In piazza a Roma per la 'buona occupazione'


La manifestazione di ieri
(20/09/2008)
da Ami agenzia multimediale italiana

Sciopero di tutti i lavoratori delle telecomunicazioni. Il popolo dei precari si mobilita «a difesa della buona occupazione, contro il dumping delle imprese più scorrette, per maggiori controlli ispettivi, per una maggiore responsabilità dei committenti e per la stabilizzazione dei lavoratori precari ancora presenti nel settore».

Alle 10,30 in piazza della Repubblica, convergono i precari dei Call Center per una manifestazione indetta dalle categorie nazionali Slc Cgil - Fistel Cisl- Uilcom. «L'indebolimento dell'attività ispettiva, il riproporsi di meccanismi di gara al massimo ribasso, e la stasi degli strumenti di monitoraggio precedentemente attivati presso il Ministero del Lavoro, rischiano di rafforzare comportamenti irresponsabili e sleali da parte di numerosi imprenditori del settore», affermano i confederali in una nota unitaria firmata da Gabriele Mazzariello e Cecilia Taranto della Cgil di Roma e Lazio, Paolo Rigucci della Cisl di Roma e Franco Dore della Uil Roma. «L'altro grave rischio – proseguono – è poi quello che si produca il dumping contrattuale, scaricando così ulteriori problemi sui lavoratori stabilizzati, che sono ad oggi circa 8.000, mentre i call center che hanno chiuso gli accordi rappresentano solo il 10% del totale delle aziende presenti nel territorio. L'importante presenza di questo settore nella nostra realtà deve invece essere occasione di lavoro sicuro e garantito per migliaia di giovani». Per questa ragione i confederali del settore richiedono con forza al governo che la data di scadenza indicata del decreto millepropoghe rimanga il 30 settembre per la conclusione degli accordi per le stabilizzazioni dei lavoratori.

Nel frattempo a poca distanza dal luogo del concentramento, in via Cavour presso il centro Congressi, si tiene l'assemblea nazionale dei precari a cui aderiscono lavoratori sia del settore pubblico - hanno già dato la loro adesione Sanità, Enti Locali, Università e Ricerca, Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Scuola - che del lavoro privato come Poste, Rai, SKY, Alitalia, editoria e telecomunicazioni, senza tralasciare il settore degli esternalizzati e dei lavori socialmente utili. Obiettivo dell'incontro riportare all'attenzione dell'agenda politica la questione precarietà, «'rimossa' dal centro destra come dal centro sinistra» ma soprattutto sarà il momento per costruire lo sciopero generale previsto per il 17 ottobre prossimo.

In particolare viene messo sotto accusa il decreto legge 112 con cui il governo avrebbe «provveduto al blocco delle stabilizzazioni di oltre 200.000 precari della Pubblica Amministrazione e all'introduzione di norme anti-precari che bloccano ogni speranza di trasformazione a tempo indeterminato di centinaia di migliaia di lavoratori precari anche nel privato».

martedì 9 settembre 2008

SCIOPERO NAZIONALE E MANIFESTAZIONE DI TUTTI LAVORATORI DEI CALL CENTER



SLC - CGIL Sindacato Lavoratori Comunicazione
FISTel - CISL Federazione Informazione Spettacolo e Telecomunicazioni
UILCOM - UIL Unione Italiana Lavoratori della Comunicazione

19 Settembre 2008 – Roma

Il settore dei call center ha conosciuto in questi anni una profonda evoluzione, con migliaia di lavoratori stabilizzati e con un impegno congiunto dei Sindacati e delle Istituzioni (Ministero del Lavoro, Servizi Ispettivi, Inps, Inail) per contrastare il ricorso al lavoro precario e irregolare. Questo impegno ha portato anche i principali committenti – soprattutto sull’inbound – ad assegnare le nuove commesse tenendo conto del nuovo costo del lavoro e del tentativo di scommettere sulla qualità dei servizi.

Purtroppo molto rimane ancora da fare. Vi sono decine di call center che – ricorrendo al lavoro a progetto, nonostante anche le recenti circolari del Ministero del Lavoro – continuano ad alimentare fenomeni di dumping generando lavoro precario e mal pagato. Tutto ciò avviene a danno delle imprese che hanno stabilizzato e che più vogliono investire, invece, sulla qualità e a danno degli oltre 24 mila lavoratori stabilizzati e a danno di tutti i lavoratori delle aziende di TLC.

Occorre rafforzare ulteriormente l’azione ispettiva, in particolare verso quelle imprese che lavorano sull’outbound, per verificare il rispetto della circolare n. 8/08 del Ministero del Lavoro.

Occorre che i committenti sottoscrivano una vera e propria “carta della responsabilità”, impegnandosi su tutte le commesse a non praticare gare al massimo ribasso ed in ogni caso ad assegnare attività solo a chi ha lavoratori subordinati e rispetta le norme del CCNL e della 626/94 (legge sulla salute e sicurezza).

Occorre attivare nuovamente il Tavolo nazionale sui Call Center presso il Ministero del Lavoro, anche per sapere che fine hanno fatto gli oltre 8 mila verbali sanzionatori frutto dell’attività ispettiva fino intrapresa.

Occorre introdurre nel settore delle TLC clausole sociali innovative a garanzia dei lavoratori nei casi di cambi di appalto.

Per la difesa dell’occupazione dei lavoratori a tempo indeterminato. Per stabilizzare gli oltre 30 mila lavoratori con contratto a progetto (la maggioranza dei quali andrebbero trasformati in contratti subordinati). Per una crescita del settore basata sulla qualità e nuovi servizi e non sulla sola competizione su salari e diritti. Per una più efficace lotta al lavoro irregolare e per una maggiore responsabilità dei committenti.

Le Segreterie Nazionali di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL invitano tutti i lavoratori dei call center alla massima mobilitazione e alla massima partecipazione alla grande manifestazione nazionale che si terrà il 19 settembre prossimo a Roma, in contemporanea con lo sciopero nazionale di tutte le aziende di call center del settore TLC.

sabato 6 settembre 2008

Precarie di un call center licenziate si mettono all’asta su "You tube"

di Mariangela Maturi
Il Manifesto del 02/09/2008

Undici lavoratrici inventano un’originale forma di protesta contro il decreto che ha permesso all’Asl di mandarle a casa. Undici donne, undici storie diverse. E una cosa in comune, il lavoro precario e la crudeltà di un licenziamento senza preavviso che implica difficoltà per il mutuo, dolorose preoccupazioni, problemi a mantenersi e a mantenere i proprio figli.

La vicenda della dipendenti del call center di prenotazione dell’ospedale di Legnano (Milano) purtroppo è simile a molte altre storie legate al precariato. Ma questa volte le lavoratrici si sono inventatate una forma di protesta nuova: mettono all’asta loro stesse, il loro cervello, le loro capacità e anche i loro corpi. «Potevamo dividerci e andare a raccontare le nostre storie personali in giro, invece abbiamo fatto la scelta di restare unite».

Si sono esposte in prima persona, hanno fatto un video di protesta e si sono messe all’asta su internet: «E’ una provocazione, a questo punto vendiamo anche il nostro corpo pezzo per pezzo». Nel video, che gira su «you tube», si vedono loro in ufficio, zitte, ciascuna porta in mano un cartello: «No allo sfruttamento dei precari», oppure «ci mettiamo all’asta in cambio di un posto di lavoro».

L’età media di queste undici donne è trentacinque anni, c’è quella giovane e impegnata, quella madre single, quella che viene già da altre storie di esuberi aziendali. Lavoravano per il call center della Asl 1, che raccoglie 4 ospedali e un bacino di utenza di un milione di persone; nessuna di loro si è mai assentata per false malattie e il loro lavoro lo conoscevano bene, qualificate e preparate anche all’uso di sistemi informatici. Il call center, raccontano, è nato con loro sei anni fa; dopo i primi tre anni «ci avevano ventilato un’ipotesi di stabilizzazione contrattuale, poi hanno scelto di rinnovare per soli tre anni.

Solo ora ci rendiamo conto della nostra ingenuità». La politica del governo sul precariato ha affossato le ultime speranze: il decreto Brunetta prevede che per i lavoratori impiegati per più di tre anni in un quinquennio non ci sia il rinnovo di questo tipo di contratto. E a quel punto, l’Asl ha deciso di aderire al centro prenotazioni unico per le visite e chiudere il call center dell’ospedale. Il 27 agosto, cioè quattro giorni prima di mandarle a casa, è stato comunicato che «il contratto era considerato risolto». Senza preavviso, senza temporeggiare per agevolarle nella ricerca di un altro lavoro.

Senza considerare che il loro ruolo poteva essere positivo: «La nostra presenza poteva aiutare l’utenza locale». Forti della loro coesione, le lavoratrici non si sono arrese, e hanno raccontato con fantasia la loro storia. Nel frattempo i sindacati di base sta cercando di aiutarle, pur con le mani legate: ogni anno tutti i dipendenti dell’ospedale donano un’ora del loro lavoro ad associazioni (come Emergency o Medici senza Frontiere), quest’anno il ricavato dell’iniziativa andrà alle donne licenziate.

La solidarietà purtroppo non basta, ma di certo aiuta. «Il problema è che con la politica di Formigoni sulla sanità pubblica il destino di molti lavoratori sarà identico al nostro. Noi siamo solo le prime». La loro iniziativa, per quanto clamore faccia, forse servirà a fare un po’ di pressione: «Ci hanno detto che sta succedendo la stessa caso al call center di Melegnano, speriamo di far muovere qualcosa». Lo meriterebbero, almeno per la fantiasia e l’intrapredenza che hanno dimostrato. E poi li chiamano fannulloni.

venerdì 1 agosto 2008

Precari, come prima anzi peggio!

Una gragnuola di leggi costruite per rendere ancora più precario il lavoro. Sarà più facile imporre le dimissioni alle lavoratrici in gravidanza, si riducono le pause, si potrà licenziare in cambio di un indennizzo. E, chicca delle chicche, si potranno avere apprendisti anche solo per un mese. Sono solo alcuni dei «capolavori» messi in cantiere dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi e dalla maggioranza di governo, che nel tourbillon di emendamenti alla manovra finanziaria in pochi giorni sta disfacendo diritti acquisiti in tanti anni. E poi alcuni li ritesse, come una tela di Penelope. E' di ieri infatti la notizia di una marcia indietro su due fronti, dopo le proteste di Pd e Cgil: l'obbligo di registrare il lavoratore il giorno precedente l'inizio d'attività, prima soppresso e oggi restaurato; il ridimensionamento del «voucher», o ticket a ore, limitato a studenti e pensionati e alle micro-imprese familiari. Ecco un piccolo vademecum delle contro-riforme sacconiane, contenute quasi tutte nel decreto 112 che compone la manovra. Le abbiamo ricostruite grazie alla guida di Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro Cgil nazionale.

I contratti a termine
Sui contratti a tempo determinato abbiamo due interventi diversi. Il primo, rappresenta un attacco simbolico all'articolo 18: si dispone infatti che nel caso in cui un'azienda abbia violato le causali per l'accensione di un contratto a termine, non scatti più l'assunzione a tempo indeterminato, ma l'imprenditore può chiudere la faccenda risarcendo il lavoratore con una somma che va da 2,5 a 6 mensilità di salario. Dall'altro lato, si interviene sul Protocollo welfare dello scorso anno in merito ai 36 mesi e all'obbligo di assunzione dopo un'unica proroga: la riforma prevede che possano derogare non solo i contratti nazionali, ma anche quelli territoriali o aziendali, senza però definire una scala gerarchica tra di essi. «Così si scardina - commenta Treves - un punto centrale del testo Cgil, Cisl e Uil sui contratti, dove si dice che gli ambiti del secondo livello devono essere stabiliti nel contratto nazionale».

Orari, pause e lavoro notturno
Oggi il riposo settimanale deve essere minimo di 35 ore consecutive; il governo introduce una norma che prevede il calcolo delle 35 ore su uno spazio più ampio, ovvero 14 giorni. «Si potrebbe configurare la lesione di un principio costituzionale - spiega il rappresentante Cgil - dato che la Carta parla di "diritto al riposo settimanale"». Dall'altro lato, si stabilisce per legge che le norme su riposi, pause, lavoro notturno e introduzione al lavoro notturno possano essere «derogabili a livello di contratto nazionale o, in assenza di specifiche disposizioni, anche a livello territoriale e aziendale». E dire che oggi, la gestione del lavoro notturno, con i presidi sanitari necessari, le esenzioni e altre possibili tutele, viene trattata con Rsu e Rsa: in futuro potranno essere scavalcate.

Le dimissioni volontarie
Viene abrogata la legge 188 del 2007, quella che rendeva valide le dimissioni solo se fatte su un modulo del ministero del Lavoro, con impresso un codice alfanumerico a progressione cronologica. Si poteva evitare così che il datore di lavoro imponesse la firma delle dimissioni in bianco, per utilizzarle poi a suo comodo quando una lavoratrice è in gravidanza, o quando il dipendente si infortuna o ammala per lunghi periodi. La tutela viene cancellata senza introdurre altri mezzi di contrasto. Sacconi ha spiegato che si semplificano così pratiche burocratiche farraginose.

Il job on call (lavoro a chiamata)
Vengono «resuscitate» le norme cancellate dal governo Prodi, relative al lavoro a chiamata. Già contenuto nella legge 30, il job on call non era mai realmente decollato. Il lavoratore può essere assunto offrendo la propria reperibilità ed essere chiamato alla bisogna: quando non lavora avrà un'indennità pari al 30% del salario. Se non offre la reperibilità, è pagato solo quando lavora.

La registrazione il giorno prima
Un emendamento aveva cambiato la legge introdotta l'anno scorso, che prevedeva l'obbligo per il datore di lavoro di registrare il lavoratore il giorno prima dell'inizio dell'attività, norma utile a contrastare il sommerso e l'abitudine di registrare i lavoratori solo quando si infortunano (o, peggio, muoiono): la modifica introdotta imponeva la registrazione entro 5 giorni dopo l'inizio dell'attività. Ma ieri il ministro ha fatto marcia indietro, e ha ripristinato la regola del giorno prima. La Cgil e l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano notano che «la mobilitazione paga», ma che «comunque bisogna vigilare».

Il voucher o «ticket lavoro»
Il voucher è un buono che può essere emesso da Inps, agenzie interinali e dagli enti bilaterali aziende-sindacati. Serve a retribuire con una «paga globale»: dovrebbe essere di circa 10 euro, comprendenti oltre al netto tutti i contributi. Il governo lo voleva dedicare ai lavoratori stagionali dell'agricoltura, delle imprese familiari di turismo, commercio e servizi, e ai giovani under 25 che svolgessero lavori durante le vacanze. Il rischio è che inglobando tutto, il voucher cancella il contratto nazionale, ferie, malattia, sussidi di disoccupazione, etc. Un emendamento (ancora non chiaro nella sua formulazione) ha ristretto la platea: il voucher sarebbe così limitato a studenti e pensionati e alle micro-aziende. I sindacati Flai, Fai e Uila si dicono «parzialmente soddisfatti», ma evidenziano che «anche così c'è il rischio di lavoro nero ed elusione contributiva». Ancora, la Cgil, con Treves, si dice «contraria all'emissione dei voucher da parte degli enti bilaterali». A questo punto si prefigurano persino enti bilaterali separati, se Cisl e Uil saranno d'accordo nell'emetterli.

Appalti e indici di congruità
Si abrogano le disposizioni attuative sulla responsabilità in solido delle amministrazioni pubbliche rispetto alle aziende di appalto: sarà più difficile per il lavoratore individuare con chi rivalersi in caso di fallimento o «sparizione» della piccola impresa d'appalto. Abrogati anche gli «indici di congruità», quelle tabelle che stabilivano il numero di lavoratori minimo per una produzione o un servizio erogato, segnalando così possibili casi di sommerso.

L'apprendistato rapido
Il Protocollo Welfare aveva disposto una delega al governo per riformare l'apprendistato, «in intesa con Regioni e parti sociali». Il governo sta violando la delega, perché ha disposto la riforma da solo. Intanto non si prevede più un periodo minimo: potremo avere anche apprendisti per un solo mese. Poi si individua l'impresa come «luogo formativo per eccellenza», sottraendo la formazione alle Regioni. La stessa certificazione, non sarà più emessa dalle Regioni, ma dagli enti bilaterali.

Libro Unico e ispezioni
Viene istituito un unico libro che contiene tutti i dati relativi al lavoratore, come le ore di straordinario. Sarà molto più difficile per il lavoratore accedere a quanto lo riguarda: la busta paga potrà essere sostituita da una «copia della scritturazione sul Libro Unico», senza le voci dettagliate per calcolare subito eventuali ammanchi. Il Libro può essere aggiornato entro il sedicesimo giorno del mese successivo, e tenuto presso lo studio del proprio commercialista. Anche un ispettore del lavoro, così, potrà fare più fatica a reperirlo e non lo avrà immediatamente. Si prevede poi che potrà evitare le sanzioni sul lavoro nero un'impresa che, all'atto della visita ispettiva, non mostri la volontà di occultare chi è irregolare. Insomma, una «sanatoria preventiva».

martedì 22 luglio 2008

19 settembre primo corteo nazionale lavoratori dei Call Center


Call center, i lavoratori ci provano

da punto-informatico.it, martedì 22 luglio 2008

Roma - Molti di loro sono tra i più invisi propagatori di pubblicità oggi attivi in Italia e molti altri devono assorbire il malcontento di orde di utenti insoddisfatti del comparto delle telecomunicazioni, ma tutti condividono condizioni di lavoro che sono spesso carenti, e diritti che vengono talvolta calpestati.

Sono i lavoratori dei call center d'Italia, precari dell'ICT che hanno annunciato una grande manifestazione nazionale. Organizzati da SLC CGIL, il sindacato dei lavoratori del settore della Comunicazione che fa capo alla CGIL, sfileranno il 19 settembre per le vie di Roma per rendersi più visibili, e ricordare al governo, alle imprese per cui lavorano e a chi affida loro le commesse, che il mercato è fatto di persone e non solo di corsa al ribasso dei prezzi dei servizi.

Molte cose sono cambiate negli ultimi due anni, con la regolarizzazione di numerosi lavoratori che si sono visti riconoscere diritti di base, soprattutto sul fronte inbound, ovvero nei servizi telefonici dedicati al Customer Care, all'assistenza di utenti che cercano un contatto con un'azienda o un fornitore. Una voragine invece ancora aperta la situazione degli operatori outbound, le cui condizioni lavorative sono state spesso denunciate dagli impiegati: redditività delle giornate di lavoro in continua mutazione, abbassamento dei premi produzione, formazione scarsa e via rabbrividendo.

In una nota, SLC CGIL sostiene che "il settore dei call center ha conosciuto in questi anni una profonda evoluzione, con migliaia di lavoratori stabilizzati e con un impegno congiunto dei sindacati e delle istituzioni (ministero del Lavoro, Servizi Ispettivi, INPS, INAIL) per contrastare il ricorso al lavoro precario e irregolare. Questo impegno ha portato anche i principali committenti - soprattutto sull'inbound - ad assegnare nuove commesse tenendo conto del nuovo costo del lavoro e del tentativo di scommettere sulla qualità dei servizi".

Tutto bene dunque? Non proprio: l'abolizione degli sportelli aperti al pubblico e la trasformazione di ogni contatto tra utente ed impresa in un rapporto telefonico con società esterne rappresenta un mercato ancora acerbo, in cui i negoziati sul valore delle commesse spesso si traducono in servizi di qualità scadente e condizioni di lavoro inaccettabili, per non parlare dei contratti illegali che spesso vengono fatti firmare a questi operatori.

Anche per questo, avverte il sindacato, si lavorerà su alcuni fronti a partire proprio dalla manifestazione del 19 settembre, e in particolare sulla "stabilizzazione di tutti i lavoratori del settore (oltre 30mila i lavoratori ancora con contratto a progetto)", sulla crescita della qualità e dei nuovi servizi "e non sulla sola competizione su salari e diritti e contro il dumping delle imprese che ricorrono a lavoro nero e al lavoro precario".

Non solo, alle imprese si chiederà l'applicazione ed il rispetto delle circolari del ministero del Lavoro, si spingerà per un maggior numero di controlli, come quelli che hanno portato alla sanzione di imprese che assumevano a progetto migliaia di dipendenti ma in modo illegale, con contratti ripetuti e fuorilegge. E si chiederà infine, conclude il comunicato, di "introdurre nel settore clausole sociali di tutela occupazionale in caso di cambio di commesse", un punto chiave per evitare, come succede oggi, che molti operatori perdano il posto di lavoro non appena un committente decide di spostare la commessa per un servizio ad un'altra società di call center: in arrivo nuovi ammortizzatori sociali anche nell'outbound? Il sindacato ci spera, i lavoratori incrociano le dita.

lunedì 14 luglio 2008

Don Ettore Cannavera -Un pensiero da "La Collina"

Precarinlinea - Precariola - Associazione 5 Novembre -unite per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina" ,rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione.


domenica 6 luglio 2008

Call center in Sardegna: un esercito di 8.000 operatori



Maggiori tutele per i lavoratori, avvio di una fase di attività di relazioni sindacali e attenzione della classe politica verso un settore che impegna 8.000 addetti ma dove è scarsa l'attività sindacale. E' quanto auspica per i lavoratori dei call center la Cisl sarda che ha organizzato un incontro dibattito a cui ha preso parte anche l'assessore regionale del Lavoro, Romina Congera.

In Sardegna operano 80 aziende alcune delle quali (le più grandi) superano i 200 addetti ed una ha oltre 1.000 dipendenti. Secondo i dati forniti da Mauro Dessì, della Fistel Cisl, “oggi l'età media dei lavoratori dei call center sardi si attesta fra i 20 ed i 40 anni ed è cresciuta negli ultimi 10 anni”. Secondo il sindacato sardo, però, al di là dei grandi gruppi vi sono anche piccolissimi call center (5-50 lavoratori) che “fanno ricorso a forme contrattuali come i contratti a progetto” e neppure i dispositivi di legge della Finanziaria 2007 hanno migliorato la loro situazione.

“Le ultime stime della Direzione regionale del lavoro - ha proseguito Dessì - indicano un numero ancora troppo alto di lavoratori (quasi 1.300) irregolarmente inquadrati con contratti a progetto”. A questo proposito il segretario regionale, Giovanni Matta, nella sua relazione introduttiva ha ricordato che, sempre dai dati della Direzione del lavoro, “sono state ispezionate 70 aziende (45 a Cagliari, due ad Oristano e 28 a Sassari) e, ad oggi, solo otto hanno concluso accordi per la stabilizzazione dei lavoratori, per un totale di 374 operatori, mentre per altre 67 aziende e 1.449 operatori sono in corso i provvedimenti”.

“Riprenderemo subito i contatti con Confindustria ed i Sindacati perchè si possa aprire di nuovo il tavolo di confronto ora interrotto - ha detto l'assessore Congera – il nostro obiettivo unico, che è anche responsabilità di tutti, è quello di dare tutele ai lavoratori, magari riuscendo a stabilizzare la loro posizione lavorativa”.

domenica 22 giugno 2008

La vita nei call center tra soprusi e produttività


Manuale di sopravvivenza per precari cronici

di Marco Maffei*

Disperazione, carriera fallita, bollette, affitto e tasse universitarie: chi lavora nei call center può avere molte motivazioni. E’ il solo lavoro dove vieni assunto quasi sempre, anche senza curriculum. Un settore perennemente in cerca di personale. Gli operatori outbound, prevalentemente donne, hanno un’età che varia dai venti ai cinquant’anni, la maggior parte ha un’istruzione media superiore. Molti sono alla prima esperienza lavorativa, altri hanno già fatto gavetta nel campo, lavorando mesi o anni in altri call center. Pensare a una sala con tante postazioni occupate da laureati, con lunghi curriculum e grandi capacità, può essere sconfortante. Ma solo se non si ha idea di cosa sia in Sardegna il mercato del lavoro.

Nella maggior parte dei call center outbound, non c’è possibilità di crescita, né immediata, né a lungo termine, anche se nel colloquio ti viene garantita una grande opportunità di progredire. Magari potrebbero capitare determinate forme di nepotismo o favoritismo, ma sono situazioni assai rare. Gli operatori sono l’ultima ruota del carro. Vengono affiancati dai team leader,che hanno il compito di coadiuvare e facilitare gli operatori nello svolgimento del loro lavoro. A capo del coordinamento dei team leader, c’è un supervisor, mentre al vertice aziendale c’è il call center manager, una figura che determina le linee guida della gestione aziendale.

Il committente, titolare dell’azienda, acquisisce le commesse direttamente dalle grandi imprese fornitrici, oppure da call center terzi. Nella maggior parte dei casi i team leader e i supervisor sono ex operatori che dopo anni di telefonate e gavetta sono cresciuti, soprattutto all’interno della stessa azienda. Dopo il fardello del contratto a progetto, il rapporto con queste figure lavorative rappresenta spesso per gli operatori un conflitto costante. Pretendono il massimo per ciò che riguarda professionalità, serietà, impegno, ma soprattutto produzione. Negli anni di esperienza nei call centers outbound, ho avuto la possibilità di conoscere molti team leader e ho notato che spesso non sanno come motivare l’operatore, allora pensano di riuscirci urlandoci contro, facendoci stare ancora peggio. In alcune aziende la strategia più utilizzata è quella di ignorarci, smettere di parlarci, finché non riacquistiamo la produttività perduta.

In assenza di tutele nel settore outbound, la dimensione del lavoratore del call center è concentrata in forme di approccio individualistiche ed egoistiche: da un lato gli operatori altamente produttivi, dall’altro quelli scarsi. C’è chi in silenzio difende lo stato di cose, ma quelli che alzano la voce, lo fanno creando un dialogo individuale con il datore di lavoro, quasi mai coinvolgendo il sindacato. Chi si ribella, non solo può essere visto in maniera negativa dai coordinatori di sala, ma anche dagli operatori stessi. Il futuro delle migliaia di lavoratori e lavoratrici dei call center outbound cagliaritani, deve necessariamente passare per il superamento dei contratti a progetto e la stabilizzazione. Solo estendendo i diritti con l’applicazione dei contratti nazionali potremmo riacquistare un’identità collettiva e una coscienza sociale.

* precario call center
Da "L'Altra Sardegna" Maggio '08


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Spazio alle denunce sul blog

di Roberto Guidi*

La generazione dei call center vive l’era della legge 30, nella completa incertezza di un futuro che non arriva mai, e riesce ad avere solo occasioni di lavoro poco qualificate, poco retribuite, poco stabili e poco tutelate, con ricorrenti e prolungati periodi di totale assenza di lavoro e di reddito.
La memoria storica ci riporta indietro nel tempo, almeno a cento anni fa, nell’era del caporalato, quando i lavoratori si dovevano alzare alle tre del mattino per andare nelle piazze dei paesi, dove il padrone o chi per lui, li sceglieva dopo un attento esame, e li caricava nei carri anche sulla base del fatto che non fossero rompiscatole, e si limitassero, in silenzio, e talvolta con la violenza, a lavorare a cottimo.

La crisi della percezione dei diritti esiste sopratutto in quelle realtà che vivono schiacciate da continui controlli di produttività, come le aziende outbound. Un deserto culturale di individualità, dove la buona notizia della sentenza della Corte di Cassazione che impone il diritto ad un contratto di lavoro subordinato, non ha cambiato ancora nulla. Ma non dimentichiamoci dell’inbound, dove 200 dipendenti del call center Telecom della Gemini rischiano per la quarta volta di perdere il lavoro, anche se esiste e si è sviluppata una maggiore coscienza collettiva e sindacale, grazie all’applicazione del contratto collettivo.

La percezione che il precario telematico ha del sindacato è quella di un’entità troppo complessa per intercettare e rivendicare i suoi diritti. L’avvicinamento al sindacato, in questo caso alla categoria Nidil, spesso è legato esclusivamente alla gestione di questioni vertenziali nei confronti del datore di lavoro, questioni individuali, che non danno la possibilità di sviluppare una cultura collettiva del valore sociale del lavoro. La Cgil può dare un forte e significativo contributo nel percorso di costruzione e sviluppo di un movimento dei precari telematici, ricercando e sperimentando forme nuove di intervento nei conflitti sociali.

Un lavoro di inchiesta e di riflessione collettiva, anche attraverso forme intermedie, indirette e orizzontali. Proviamo a costruire Interventi costanti e permanenti, come una conferenza sul mondo dei call center, un momento di studio, di partecipazione, e (perché no?) anche di festa. Abbandonando le certezze e le ricette precostituite, attraverso l’ascolto dei bisogni, di chi si trova nelle medesime condizioni di vita lavorativa, possiamo portare il sindacato a riconquistare la sua capacità attrattiva nelle lotte per i diritti sociali, identificando collettivamente i lavoratori dei call center e contemporaneamente indagando la composizione del mondo del lavoro precario.

Due mesi fa, con alcuni colleghi precari, abbiamo cominciato questo percorso, creando un blog, http://precarinlinea.blogspot.com/ che ha come obiettivo la creazione di una rete orizzontale e informale dei precari dei call center di Cagliari. Vorremmo articolare uno spazio di dialogo, confronto e fantasia con chiunque faccia parte di questo mondo, chi si sente sfruttato, o felice di lavorare a progetto. Tutti possono scrivere e raccontare le loro storie, anche chi dirige o è proprietario di un call center.

* precari call center
Da "L'Altra Sardegna" Maggio '08