venerdì 1 agosto 2008

Precari, come prima anzi peggio!

Una gragnuola di leggi costruite per rendere ancora più precario il lavoro. Sarà più facile imporre le dimissioni alle lavoratrici in gravidanza, si riducono le pause, si potrà licenziare in cambio di un indennizzo. E, chicca delle chicche, si potranno avere apprendisti anche solo per un mese. Sono solo alcuni dei «capolavori» messi in cantiere dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi e dalla maggioranza di governo, che nel tourbillon di emendamenti alla manovra finanziaria in pochi giorni sta disfacendo diritti acquisiti in tanti anni. E poi alcuni li ritesse, come una tela di Penelope. E' di ieri infatti la notizia di una marcia indietro su due fronti, dopo le proteste di Pd e Cgil: l'obbligo di registrare il lavoratore il giorno precedente l'inizio d'attività, prima soppresso e oggi restaurato; il ridimensionamento del «voucher», o ticket a ore, limitato a studenti e pensionati e alle micro-imprese familiari. Ecco un piccolo vademecum delle contro-riforme sacconiane, contenute quasi tutte nel decreto 112 che compone la manovra. Le abbiamo ricostruite grazie alla guida di Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro Cgil nazionale.

I contratti a termine
Sui contratti a tempo determinato abbiamo due interventi diversi. Il primo, rappresenta un attacco simbolico all'articolo 18: si dispone infatti che nel caso in cui un'azienda abbia violato le causali per l'accensione di un contratto a termine, non scatti più l'assunzione a tempo indeterminato, ma l'imprenditore può chiudere la faccenda risarcendo il lavoratore con una somma che va da 2,5 a 6 mensilità di salario. Dall'altro lato, si interviene sul Protocollo welfare dello scorso anno in merito ai 36 mesi e all'obbligo di assunzione dopo un'unica proroga: la riforma prevede che possano derogare non solo i contratti nazionali, ma anche quelli territoriali o aziendali, senza però definire una scala gerarchica tra di essi. «Così si scardina - commenta Treves - un punto centrale del testo Cgil, Cisl e Uil sui contratti, dove si dice che gli ambiti del secondo livello devono essere stabiliti nel contratto nazionale».

Orari, pause e lavoro notturno
Oggi il riposo settimanale deve essere minimo di 35 ore consecutive; il governo introduce una norma che prevede il calcolo delle 35 ore su uno spazio più ampio, ovvero 14 giorni. «Si potrebbe configurare la lesione di un principio costituzionale - spiega il rappresentante Cgil - dato che la Carta parla di "diritto al riposo settimanale"». Dall'altro lato, si stabilisce per legge che le norme su riposi, pause, lavoro notturno e introduzione al lavoro notturno possano essere «derogabili a livello di contratto nazionale o, in assenza di specifiche disposizioni, anche a livello territoriale e aziendale». E dire che oggi, la gestione del lavoro notturno, con i presidi sanitari necessari, le esenzioni e altre possibili tutele, viene trattata con Rsu e Rsa: in futuro potranno essere scavalcate.

Le dimissioni volontarie
Viene abrogata la legge 188 del 2007, quella che rendeva valide le dimissioni solo se fatte su un modulo del ministero del Lavoro, con impresso un codice alfanumerico a progressione cronologica. Si poteva evitare così che il datore di lavoro imponesse la firma delle dimissioni in bianco, per utilizzarle poi a suo comodo quando una lavoratrice è in gravidanza, o quando il dipendente si infortuna o ammala per lunghi periodi. La tutela viene cancellata senza introdurre altri mezzi di contrasto. Sacconi ha spiegato che si semplificano così pratiche burocratiche farraginose.

Il job on call (lavoro a chiamata)
Vengono «resuscitate» le norme cancellate dal governo Prodi, relative al lavoro a chiamata. Già contenuto nella legge 30, il job on call non era mai realmente decollato. Il lavoratore può essere assunto offrendo la propria reperibilità ed essere chiamato alla bisogna: quando non lavora avrà un'indennità pari al 30% del salario. Se non offre la reperibilità, è pagato solo quando lavora.

La registrazione il giorno prima
Un emendamento aveva cambiato la legge introdotta l'anno scorso, che prevedeva l'obbligo per il datore di lavoro di registrare il lavoratore il giorno prima dell'inizio dell'attività, norma utile a contrastare il sommerso e l'abitudine di registrare i lavoratori solo quando si infortunano (o, peggio, muoiono): la modifica introdotta imponeva la registrazione entro 5 giorni dopo l'inizio dell'attività. Ma ieri il ministro ha fatto marcia indietro, e ha ripristinato la regola del giorno prima. La Cgil e l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano notano che «la mobilitazione paga», ma che «comunque bisogna vigilare».

Il voucher o «ticket lavoro»
Il voucher è un buono che può essere emesso da Inps, agenzie interinali e dagli enti bilaterali aziende-sindacati. Serve a retribuire con una «paga globale»: dovrebbe essere di circa 10 euro, comprendenti oltre al netto tutti i contributi. Il governo lo voleva dedicare ai lavoratori stagionali dell'agricoltura, delle imprese familiari di turismo, commercio e servizi, e ai giovani under 25 che svolgessero lavori durante le vacanze. Il rischio è che inglobando tutto, il voucher cancella il contratto nazionale, ferie, malattia, sussidi di disoccupazione, etc. Un emendamento (ancora non chiaro nella sua formulazione) ha ristretto la platea: il voucher sarebbe così limitato a studenti e pensionati e alle micro-aziende. I sindacati Flai, Fai e Uila si dicono «parzialmente soddisfatti», ma evidenziano che «anche così c'è il rischio di lavoro nero ed elusione contributiva». Ancora, la Cgil, con Treves, si dice «contraria all'emissione dei voucher da parte degli enti bilaterali». A questo punto si prefigurano persino enti bilaterali separati, se Cisl e Uil saranno d'accordo nell'emetterli.

Appalti e indici di congruità
Si abrogano le disposizioni attuative sulla responsabilità in solido delle amministrazioni pubbliche rispetto alle aziende di appalto: sarà più difficile per il lavoratore individuare con chi rivalersi in caso di fallimento o «sparizione» della piccola impresa d'appalto. Abrogati anche gli «indici di congruità», quelle tabelle che stabilivano il numero di lavoratori minimo per una produzione o un servizio erogato, segnalando così possibili casi di sommerso.

L'apprendistato rapido
Il Protocollo Welfare aveva disposto una delega al governo per riformare l'apprendistato, «in intesa con Regioni e parti sociali». Il governo sta violando la delega, perché ha disposto la riforma da solo. Intanto non si prevede più un periodo minimo: potremo avere anche apprendisti per un solo mese. Poi si individua l'impresa come «luogo formativo per eccellenza», sottraendo la formazione alle Regioni. La stessa certificazione, non sarà più emessa dalle Regioni, ma dagli enti bilaterali.

Libro Unico e ispezioni
Viene istituito un unico libro che contiene tutti i dati relativi al lavoratore, come le ore di straordinario. Sarà molto più difficile per il lavoratore accedere a quanto lo riguarda: la busta paga potrà essere sostituita da una «copia della scritturazione sul Libro Unico», senza le voci dettagliate per calcolare subito eventuali ammanchi. Il Libro può essere aggiornato entro il sedicesimo giorno del mese successivo, e tenuto presso lo studio del proprio commercialista. Anche un ispettore del lavoro, così, potrà fare più fatica a reperirlo e non lo avrà immediatamente. Si prevede poi che potrà evitare le sanzioni sul lavoro nero un'impresa che, all'atto della visita ispettiva, non mostri la volontà di occultare chi è irregolare. Insomma, una «sanatoria preventiva».

martedì 22 luglio 2008

19 settembre primo corteo nazionale lavoratori dei Call Center


Call center, i lavoratori ci provano

da punto-informatico.it, martedì 22 luglio 2008

Roma - Molti di loro sono tra i più invisi propagatori di pubblicità oggi attivi in Italia e molti altri devono assorbire il malcontento di orde di utenti insoddisfatti del comparto delle telecomunicazioni, ma tutti condividono condizioni di lavoro che sono spesso carenti, e diritti che vengono talvolta calpestati.

Sono i lavoratori dei call center d'Italia, precari dell'ICT che hanno annunciato una grande manifestazione nazionale. Organizzati da SLC CGIL, il sindacato dei lavoratori del settore della Comunicazione che fa capo alla CGIL, sfileranno il 19 settembre per le vie di Roma per rendersi più visibili, e ricordare al governo, alle imprese per cui lavorano e a chi affida loro le commesse, che il mercato è fatto di persone e non solo di corsa al ribasso dei prezzi dei servizi.

Molte cose sono cambiate negli ultimi due anni, con la regolarizzazione di numerosi lavoratori che si sono visti riconoscere diritti di base, soprattutto sul fronte inbound, ovvero nei servizi telefonici dedicati al Customer Care, all'assistenza di utenti che cercano un contatto con un'azienda o un fornitore. Una voragine invece ancora aperta la situazione degli operatori outbound, le cui condizioni lavorative sono state spesso denunciate dagli impiegati: redditività delle giornate di lavoro in continua mutazione, abbassamento dei premi produzione, formazione scarsa e via rabbrividendo.

In una nota, SLC CGIL sostiene che "il settore dei call center ha conosciuto in questi anni una profonda evoluzione, con migliaia di lavoratori stabilizzati e con un impegno congiunto dei sindacati e delle istituzioni (ministero del Lavoro, Servizi Ispettivi, INPS, INAIL) per contrastare il ricorso al lavoro precario e irregolare. Questo impegno ha portato anche i principali committenti - soprattutto sull'inbound - ad assegnare nuove commesse tenendo conto del nuovo costo del lavoro e del tentativo di scommettere sulla qualità dei servizi".

Tutto bene dunque? Non proprio: l'abolizione degli sportelli aperti al pubblico e la trasformazione di ogni contatto tra utente ed impresa in un rapporto telefonico con società esterne rappresenta un mercato ancora acerbo, in cui i negoziati sul valore delle commesse spesso si traducono in servizi di qualità scadente e condizioni di lavoro inaccettabili, per non parlare dei contratti illegali che spesso vengono fatti firmare a questi operatori.

Anche per questo, avverte il sindacato, si lavorerà su alcuni fronti a partire proprio dalla manifestazione del 19 settembre, e in particolare sulla "stabilizzazione di tutti i lavoratori del settore (oltre 30mila i lavoratori ancora con contratto a progetto)", sulla crescita della qualità e dei nuovi servizi "e non sulla sola competizione su salari e diritti e contro il dumping delle imprese che ricorrono a lavoro nero e al lavoro precario".

Non solo, alle imprese si chiederà l'applicazione ed il rispetto delle circolari del ministero del Lavoro, si spingerà per un maggior numero di controlli, come quelli che hanno portato alla sanzione di imprese che assumevano a progetto migliaia di dipendenti ma in modo illegale, con contratti ripetuti e fuorilegge. E si chiederà infine, conclude il comunicato, di "introdurre nel settore clausole sociali di tutela occupazionale in caso di cambio di commesse", un punto chiave per evitare, come succede oggi, che molti operatori perdano il posto di lavoro non appena un committente decide di spostare la commessa per un servizio ad un'altra società di call center: in arrivo nuovi ammortizzatori sociali anche nell'outbound? Il sindacato ci spera, i lavoratori incrociano le dita.

lunedì 14 luglio 2008

Don Ettore Cannavera -Un pensiero da "La Collina"

Precarinlinea - Precariola - Associazione 5 Novembre -unite per intervistare Don Ettore Cannavera , fondatore della comunità di accoglienza "La Collina" ,rivolta a giovani-adulti, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, che vengono affidati dalla Magistratura di Sorveglianza come misura alternativa alla detenzione.


domenica 6 luglio 2008

Call center in Sardegna: un esercito di 8.000 operatori



Maggiori tutele per i lavoratori, avvio di una fase di attività di relazioni sindacali e attenzione della classe politica verso un settore che impegna 8.000 addetti ma dove è scarsa l'attività sindacale. E' quanto auspica per i lavoratori dei call center la Cisl sarda che ha organizzato un incontro dibattito a cui ha preso parte anche l'assessore regionale del Lavoro, Romina Congera.

In Sardegna operano 80 aziende alcune delle quali (le più grandi) superano i 200 addetti ed una ha oltre 1.000 dipendenti. Secondo i dati forniti da Mauro Dessì, della Fistel Cisl, “oggi l'età media dei lavoratori dei call center sardi si attesta fra i 20 ed i 40 anni ed è cresciuta negli ultimi 10 anni”. Secondo il sindacato sardo, però, al di là dei grandi gruppi vi sono anche piccolissimi call center (5-50 lavoratori) che “fanno ricorso a forme contrattuali come i contratti a progetto” e neppure i dispositivi di legge della Finanziaria 2007 hanno migliorato la loro situazione.

“Le ultime stime della Direzione regionale del lavoro - ha proseguito Dessì - indicano un numero ancora troppo alto di lavoratori (quasi 1.300) irregolarmente inquadrati con contratti a progetto”. A questo proposito il segretario regionale, Giovanni Matta, nella sua relazione introduttiva ha ricordato che, sempre dai dati della Direzione del lavoro, “sono state ispezionate 70 aziende (45 a Cagliari, due ad Oristano e 28 a Sassari) e, ad oggi, solo otto hanno concluso accordi per la stabilizzazione dei lavoratori, per un totale di 374 operatori, mentre per altre 67 aziende e 1.449 operatori sono in corso i provvedimenti”.

“Riprenderemo subito i contatti con Confindustria ed i Sindacati perchè si possa aprire di nuovo il tavolo di confronto ora interrotto - ha detto l'assessore Congera – il nostro obiettivo unico, che è anche responsabilità di tutti, è quello di dare tutele ai lavoratori, magari riuscendo a stabilizzare la loro posizione lavorativa”.

domenica 22 giugno 2008

La vita nei call center tra soprusi e produttività


Manuale di sopravvivenza per precari cronici

di Marco Maffei*

Disperazione, carriera fallita, bollette, affitto e tasse universitarie: chi lavora nei call center può avere molte motivazioni. E’ il solo lavoro dove vieni assunto quasi sempre, anche senza curriculum. Un settore perennemente in cerca di personale. Gli operatori outbound, prevalentemente donne, hanno un’età che varia dai venti ai cinquant’anni, la maggior parte ha un’istruzione media superiore. Molti sono alla prima esperienza lavorativa, altri hanno già fatto gavetta nel campo, lavorando mesi o anni in altri call center. Pensare a una sala con tante postazioni occupate da laureati, con lunghi curriculum e grandi capacità, può essere sconfortante. Ma solo se non si ha idea di cosa sia in Sardegna il mercato del lavoro.

Nella maggior parte dei call center outbound, non c’è possibilità di crescita, né immediata, né a lungo termine, anche se nel colloquio ti viene garantita una grande opportunità di progredire. Magari potrebbero capitare determinate forme di nepotismo o favoritismo, ma sono situazioni assai rare. Gli operatori sono l’ultima ruota del carro. Vengono affiancati dai team leader,che hanno il compito di coadiuvare e facilitare gli operatori nello svolgimento del loro lavoro. A capo del coordinamento dei team leader, c’è un supervisor, mentre al vertice aziendale c’è il call center manager, una figura che determina le linee guida della gestione aziendale.

Il committente, titolare dell’azienda, acquisisce le commesse direttamente dalle grandi imprese fornitrici, oppure da call center terzi. Nella maggior parte dei casi i team leader e i supervisor sono ex operatori che dopo anni di telefonate e gavetta sono cresciuti, soprattutto all’interno della stessa azienda. Dopo il fardello del contratto a progetto, il rapporto con queste figure lavorative rappresenta spesso per gli operatori un conflitto costante. Pretendono il massimo per ciò che riguarda professionalità, serietà, impegno, ma soprattutto produzione. Negli anni di esperienza nei call centers outbound, ho avuto la possibilità di conoscere molti team leader e ho notato che spesso non sanno come motivare l’operatore, allora pensano di riuscirci urlandoci contro, facendoci stare ancora peggio. In alcune aziende la strategia più utilizzata è quella di ignorarci, smettere di parlarci, finché non riacquistiamo la produttività perduta.

In assenza di tutele nel settore outbound, la dimensione del lavoratore del call center è concentrata in forme di approccio individualistiche ed egoistiche: da un lato gli operatori altamente produttivi, dall’altro quelli scarsi. C’è chi in silenzio difende lo stato di cose, ma quelli che alzano la voce, lo fanno creando un dialogo individuale con il datore di lavoro, quasi mai coinvolgendo il sindacato. Chi si ribella, non solo può essere visto in maniera negativa dai coordinatori di sala, ma anche dagli operatori stessi. Il futuro delle migliaia di lavoratori e lavoratrici dei call center outbound cagliaritani, deve necessariamente passare per il superamento dei contratti a progetto e la stabilizzazione. Solo estendendo i diritti con l’applicazione dei contratti nazionali potremmo riacquistare un’identità collettiva e una coscienza sociale.

* precario call center
Da "L'Altra Sardegna" Maggio '08


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Spazio alle denunce sul blog

di Roberto Guidi*

La generazione dei call center vive l’era della legge 30, nella completa incertezza di un futuro che non arriva mai, e riesce ad avere solo occasioni di lavoro poco qualificate, poco retribuite, poco stabili e poco tutelate, con ricorrenti e prolungati periodi di totale assenza di lavoro e di reddito.
La memoria storica ci riporta indietro nel tempo, almeno a cento anni fa, nell’era del caporalato, quando i lavoratori si dovevano alzare alle tre del mattino per andare nelle piazze dei paesi, dove il padrone o chi per lui, li sceglieva dopo un attento esame, e li caricava nei carri anche sulla base del fatto che non fossero rompiscatole, e si limitassero, in silenzio, e talvolta con la violenza, a lavorare a cottimo.

La crisi della percezione dei diritti esiste sopratutto in quelle realtà che vivono schiacciate da continui controlli di produttività, come le aziende outbound. Un deserto culturale di individualità, dove la buona notizia della sentenza della Corte di Cassazione che impone il diritto ad un contratto di lavoro subordinato, non ha cambiato ancora nulla. Ma non dimentichiamoci dell’inbound, dove 200 dipendenti del call center Telecom della Gemini rischiano per la quarta volta di perdere il lavoro, anche se esiste e si è sviluppata una maggiore coscienza collettiva e sindacale, grazie all’applicazione del contratto collettivo.

La percezione che il precario telematico ha del sindacato è quella di un’entità troppo complessa per intercettare e rivendicare i suoi diritti. L’avvicinamento al sindacato, in questo caso alla categoria Nidil, spesso è legato esclusivamente alla gestione di questioni vertenziali nei confronti del datore di lavoro, questioni individuali, che non danno la possibilità di sviluppare una cultura collettiva del valore sociale del lavoro. La Cgil può dare un forte e significativo contributo nel percorso di costruzione e sviluppo di un movimento dei precari telematici, ricercando e sperimentando forme nuove di intervento nei conflitti sociali.

Un lavoro di inchiesta e di riflessione collettiva, anche attraverso forme intermedie, indirette e orizzontali. Proviamo a costruire Interventi costanti e permanenti, come una conferenza sul mondo dei call center, un momento di studio, di partecipazione, e (perché no?) anche di festa. Abbandonando le certezze e le ricette precostituite, attraverso l’ascolto dei bisogni, di chi si trova nelle medesime condizioni di vita lavorativa, possiamo portare il sindacato a riconquistare la sua capacità attrattiva nelle lotte per i diritti sociali, identificando collettivamente i lavoratori dei call center e contemporaneamente indagando la composizione del mondo del lavoro precario.

Due mesi fa, con alcuni colleghi precari, abbiamo cominciato questo percorso, creando un blog, http://precarinlinea.blogspot.com/ che ha come obiettivo la creazione di una rete orizzontale e informale dei precari dei call center di Cagliari. Vorremmo articolare uno spazio di dialogo, confronto e fantasia con chiunque faccia parte di questo mondo, chi si sente sfruttato, o felice di lavorare a progetto. Tutti possono scrivere e raccontare le loro storie, anche chi dirige o è proprietario di un call center.

* precari call center
Da "L'Altra Sardegna" Maggio '08

mercoledì 21 maggio 2008

Gemini: 200 lavoratori a rischio!


In gravi difficoltà il call center che gestisce il 187 della Telecom.
La compagnia telefonica: «Nessun calo del traffico»
A rischio 200 buste paga della Gemini
Comunicato dei vertici ai sindacati: è crisi societaria

dall'Unione Sarda (Andrea Artizzu)

Calo del volume dei traffici Telecom. Circa 200 dipendenti del call center di Pirri rischiano per la quarta volta di perdere il lavoro. La notizia arriva con la delicatezza di un siluro: 200 dipendenti della Gemini sono di troppo e vanno licenziati. Una doccia gelata sul già disastrato mondo dell'occupazione cagliaritana. Gli esuberi nel call center che risponde al 187 della Telecom sono stati comunicati dai vertici aziendali ai sindacati in un incontro che si è tenuto lunedì sera. E da ieri i 500 dipendenti sono in stato di agitazione e presidiano i cancelli della palazzina della Circonvallazione di Pirri che ospita la società. Oggi sono in programma assemblee tra i lavoratori.

LA MAZZATA Non è la prima volta che la scure della crisi, che fa rima con diminuzione del personale, si abbatte sul call center. In altre quattro occasioni i dipendenti della Gemini (430 assunti a tempo indeterminato e circa 70 interinali), nata da una costola di Video on line, hanno sentito sul collo il fiato gelido del licenziamento. A dir la verità, nessuno immaginava che si arrivasse a questo punto: da oltre un anno tutto andava a gonfie vele. La società sembrava solida e aveva assunto nuove leve, regolarizzato i precari e programmato nuove buste paga. Poi la mazzata. La motivazione ufficiale: diminuzione del traffico della compagnia telefonica. «La direzione di Gemini ha affermato che gli attuali volumi di attività Telecom generano perdite non sostenibili», afferma Alessandro Milia, della segreteria Fistel-Cisl. «Passività che mettono in discussione la continuità della struttura di Cagliari con l'attuale numero di dipendenti, palesando un esubero di circa 150/200 dipendenti». I lavoratori e i sindacati si sentono traditi dal mancato rispetto di accordi e promesse. Per questo «ritengono inaccettabile il comportamento dell'azienda, che ha affermato la sostenibilità della struttura di via Montecassino».

I presupposti erano ben altri, anche perché la società aveva firmato «importanti accordi di sviluppo basati a suo dire su impegni concreti da parte del committente Telecom Italia. Intese che oggi dichiara di non essere in grado di ottemperare». Insomma, se non arrivano novità positive in tempi brevi, il futuro dei dipendenti Gemini è nero pece. «L'azienda nell'incontro di lunedì - continua Alessandro Milia - ci ha comunicato che le commesse non coprono più i costi. Negli ultimi cinque mesi le perdite sfiorano i 900 mila euro».

Una situazione di stallo che rischia di precipitare da un momento all'altro. «La Gemini - afferma il sindacalista - ci ha detto che se entro il due giugno la Telecom non garantirà un aumento del traffico sarà costretta a licenziare 200 dipendenti».

LA GEMINI Federico Caboni è il responsabile del call center. Conferma il calo dei volumi di traffico da parte della Telecom. Per parlare di futuro e crisi rimanda alle 14 di oggi, quando a Roma incontrerà i vertici della compagnia telefonica.

LA TELECOM All'ufficio stampa di Milano della Telecom cascano dalle nuvole. Ai rappresentanti della compagnia telefonica non risulta alcuna diminuzione così drastica dei traffici telefonici. Anzi, fanno sapere che i nuovi vertici stanno riorganizzando l'azienda e puntano molto sui servizi al cliente forniti dai call center.

La protesta: Il presidio per difendere il lavoro
Fuori dai cancelli della palazzina sulla Circonvallazione di Pirri, di fronte all'Iperstanda, sventolano le bandiere dei sindacati. Un gruppo di dipendenti Gemini presidia l'ingresso. Lo stereo di una Fiat Punto azzurra spara musica a tutto volume per rendere meno dura l'attesa. I lavoratori della società che gestisce il 187 della Telecom sono temprati: per la quarta volta in pochi anni rivivono l'incubo del licenziamento. Diletta Mureddu, 29 anni, cagliaritana, distribuisce volantini ai colleghi. «Questa bomba è arrivata a ciel sereno. Ormai non ci spaventa più niente, ma l'azienda ci ha comunicato che se entro il 2 giugno la situazione non cambierà sarà costretta a tagliare». Alessandro Masu, 32 anni di Decimoputzu, ha un sogno. «Avere una casa e dei figli». Ma vive ancora a casa dei genitori. «Sono stato assunto part time al 90 per cento (36 ore settimanali) e guadagno circa 950 euro al mese. Non sono tanti, ma mi permettono di sopravvivere. Se dovessero mancare all'improvviso sarebbe un disastro». Valentina Cocco, di Cagliari, ha 44 anni: «Con meno di mille euro devo pagare l'affitto, la macchina e i costi per vivere. Se mi licenziano come faccio a riciclarmi in un altro posto di lavoro?».

giovedì 1 maggio 2008

Lettera di una precaria inviata a La Repubblica il 30 Aprile

"Ho trent'anni e sono incinta"


Egregio Presidente,
sono incinta. Egregio Presidente, ho quasi trent'anni, ho un lavoro, sono sposata e sono incinta. Egregio Presidente, tra un paio di settimane abortirò!! Nonostante la mia non fosse una gravidanza programmata, l'aver scoperto di essere positiva al test mi ha dato un'emozione bruciante, una felicità incontenibile. L'idea di aver concepito un figlio con l'uomo che amo è qualcosa di così forte ed intimo che è impossibile da spiegare.

Ad ogni modo la mia gioia non ha visto la luce del giorno dopo. Ben presto la ragione, come spesso accade, ha preso il posto del cuore e mi ha schiaffeggiata forte, come si fa per scacciare in un colpo una forte sbronza.

La verità, mio caro Presidente, è che nonostante sia io che mio marito abbiamo un lavoro, un lavoro che ci impegna 6 giorni alla settimana e che abbiamo trovato dopo infiniti "lavoretti" che definire umilianti e sottopagati è dir poco; ebbene dopo tutto ciò, ad oggi le nostre entrate ammontano a circa 1.300 euro al mese.

Per trovare questo lavoro qualche anno fa ho rinunciato a portare a termine la mia carriera universitaria. Nonostante il profitto fosse elevato e la mia media superasse il 29, dissi addio ai miei studi e al mio praticantato da giornalista. Quest'ultima rinuncia fu per me la più dolorosa perché la verità è che, seppur i miei compiti di neofita fossero praticamente identici a quelli di un professionista, non ho mai riscosso neppure un centesimo dal quotidiano locale per il quale scrivevo. Il lavoro era splendido, ma non si può vivere solo di passione.

Purtroppo la vita mi mise di fronte ad una scelta. Mi ero innamorata e desideravo vivere insieme al mio compagno, quindi, o perseguivo la mia ambizione, che mi imponeva però di gravare ancora sulle spalle della mia famiglia, oppure spiccavo il volo e mi rimboccavo le maniche accettando qualsiasi tipo di occupazione che mi garantisse un reddito, dandomi la possibilità di coronare il mio sogno d'amore. Scelsi la seconda strada. Scelsi l'amore! Scelsi l'amore e glielo assicuro, Signor Presidente, non c'è stato un giorno, da allora, in cui io me ne sia pentita!!!

Ora però è diverso...!

Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza, sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza; oppure andare su quel lettino d' ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà via per sempre!! Non importa se ce ne saranno altri dopo di lui... Il mio bimbo non tornerà più!! Non tornerà mai più!!!! Ma questa è la vita!! Giusto, Signor Presidente???

Si, questa è la vita!!! Qui non c'è nessuno che ti tende una mano, nessuno che ti aiuti quando hai veramente bisogno!! E per favore, mi risparmi banalità del tipo: "Dove si mangia in due, si mangia anche in tre!!".

Mi risparmi la retorica, perché è l'ultima cosa di cui ho bisogno. Sa benissimo anche Lei che se ad oggi, ad esempio, decidessi di adottare un figlio, nessun Ente mi accorderebbe mai il suo consenso. Nessun assistente sociale affiderebbe a me e a mio marito un bambino e questo perché i nostri introiti verrebbero considerati insufficienti al sostentamento di un'altra persona. Nessuno si sentirebbe di condannare quell'assistente sociale per una scelta di questo tipo, giusto?? Egli sarebbe considerato un professionista attento ai bisogni del minore. E allora mi chiedo e chiedo a chiunque sia pronto a dire che non si dovrebbe mai abortire, perché "se c'è l'amore c'è tutto", io chiedo a queste persone: "Ma hanno forse più necessità i bimbi adottivi rispetto a quelli biologici???"

Credo di no, Signor Presidente!! Credo proprio di no!!!!! Comunque è inutile arrovellarsi su dubbi e domande che non troveranno una risposta e che, già lo so, continueranno a tormentarmi e ad attanagliarmi l'anima per sempre!!!

Ma c'è una domanda, mio caro Presidente, a cui vorrei che Lei rispondesse: PERCHE', per il solo fatto di aver avuto la sfortuna di nascere in questo paese, un Paese che detesta i giovani, che ne ha già ucciso sogni e speranze e che ha già dato in pasto ai ratti le ceneri del loro futuro; ebbene perché per il solo fatto di esser nata qui, ho dovuto rinunciare prima alla mia ambizione a crearmi una carriera soddisfacente, e cosa infinitamente più drammatica, sono costretta adesso a rinunciare al mio DIRITTO ad essere MADRE?????????

martedì 22 aprile 2008

Proposte contro la Precarietà


il progetto di Nanni Alleva: uscire dalla trappola della legge 30

Scriviamo le nuove regole per dire basta alla precarietà

Le proposte al centrosinistra di un gruppo di giuslavoristi guidati da Nanni Alleva. La precarietà è «multiforme» e deve essere aggredita sotto vari aspetti: abolire la distinzione tra subordinati e parasubordinati, creando un unico contratto. Riformare il rapporto a termine, l’interinale, gli appalti, le cessioni d’azienda. Far emergere il «nero». Tante le analogie con le proposte della Cgil.

Riscrivere il lavoro per invertire il segno: fermare la precarietà e ricostruire i diritti. E’ l’obiettivo della proposta di legge elaborata da Nanni Alleva e dai giuslavoristi del Centro diritti Alò, che verrà presentata dopodomani a Roma nel corso del convegno «Basta precarietà», a cui sono stati invitati tutti i partiti del centrosinistra e il sindacato. Alleva è anche estensore delle proposte di legge Cgil firmate nel 2002 da cinque milioni di persone, e riconfermate dal recente Congresso di Rimini. Sono molti i legami tra quelle idee del 2002 e quest’ultima elaborazione: oggi Alleva ha voluto però riunire le norme in un’unica, organica proposta, «per affrontare - spiega - con un solo disegno la precarietà “multiforme” del lavoro italiano». Non basta fare i conti con la sola legge 30, ma bisogna affrontare anche il decreto 368 del 2001 sui contratti a termine e il «Pacchetto Treu» del 1997. Cinque i nodi da riformare:

1) il rapporto tra subordinazione e parasubordinazione (le collaborazioni);
2) il contratto a termine;

3) la separazione del lavoro dall’impresa (somministrazione, appalti, esternalizzazioni);

4) il lavoro nero;

5) i diritti di risarcimento del danno.

Per vedere la proposta completa clicca il seguente link Dimensionidiverse.it


Pietro Ichino e la sua ricetta contro il precariato.
Assunzione a tempo indeterminato per tutti, 6 mesi di prova, articolo 18 contro i licenziamenti senza giusta causa ma per i licenziamenti "strategici" indennizzo economico che cresce con l'anzianità all'interno dell'azienda e sistema bonus malus per le aziende. Finalmente scopriamo qual è la ricetta concreta per risolvere una piaga sociale: il precariato. Ce lo spiega Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro.
Il professor Ichino sembra aver trovato la quadratura del cerchio: quando spiega la sua riforma trova l'accordo di giovani e industriali.
Gli unici detrattori ? I sindacati, i cui associati non verrebbero però toccati, la riforma riguarderebbe infatti solo i nuovi assunti, soprattutto gli under 30 e gli over 50. Ultima cosa, sarebbe una riforma a costo zero, almeno per i primi tempi.
Per vedere la proposta completa clicca il seguente link Scheggedivetro

Cosa pensi delle proposte di Nanni Alleva e Pietro Ichino?
Rappresentano una soluzione per poter cancellare l'incubo del precariato?
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